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Notti Bianche
Ivana Tamoni
| 10,00 € | pp. 80 | 12x18 | 978-88-905164-6-7 |
Ho
sempre manifestato una certa ritrosia nel presentare lavori di altri
poeti, per una precisa presa di posizione contro la formalizzazione
e la sedimentazione che in genere molti critici impongono ai
lavori poetici che invece dovrebbero essere liberi da parametri preconfezionati
e dirigersi in volo in ogni direzione.
In questo contesto però voglio derogare da questa mia indicazione
e parlare di questo lavoro molto interessante. Spesso i versi,
quelli che possiamo chiamare tali per l’orfismo e la delicatezza
del suono, o vengono abbandonati nell’oblio di cassetti polverosi
o assegnati amorevolmente all’oralità disorganica e fuorviante.
Essi vanno invece accarezzati e scritti in pagine che dal cartaceo
passeranno alle tele del tempo che tutto modella e tutto ripara nella
sfera intellettuale.
Questa raccolta ha sfiorato il pericolo dell’abbandono e, per
mezzo delle sapienti cure di Valeria Di Felice, vede la luce come a
sfidare i tempi e gli spazi della precarietà.
Essa mostra una capacità struggente di formare un dialogo fatto
di intelligenti analisi, di rinunce, di desideri, di non accettazione,
di forze interiori per difendere non ciò che si è perso
ma ciò che non si ha più.
Il rapporto dinamico e scambievole fra cose e sentimenti è il
punto centrale della raccolta. Il dolore come forma taumaturgica è
espresso in modo elegante. Dall’angoscia dell’assenza si
va verso la speranza del compiuto.
La pagina bianca è silenzio e allontanamento, la parola scritta
ricopre leggermente quel silenzio che dà compimento
alla presenza. È ciò che fa la Tamoni usando una parola
che è soprattutto legata al silenzio della pagina bianca che
risulta essere un formidabile linguaggio potenziale astratto. Ecco perché
possiamo parlare, riferendoci a questo lavoro, di una composizione
del silenzio.
Di questa presenza l’autrice è consapevole come è
consapevole della forza del linguaggio della poesia che si oppone decisamente
al limbo dell’assenza. Ogni quadro è di una intensità
musicale e pittorica notevole.
Il mosaico si auto-articola autonomamente a formare un canzoniere d’amore
e di non amore che lascia il lettore stupefatto ed entusiasta della
capacità sublimatrice dei versi.
L’amarezza della perdita si inebria di fantasia e di creatività
nel trovare amori che evaporano dalle terrestri debolezze per naufragare
su isole poetiche eterne ed eteree.
Non si evidenziano messaggi contenutistici ma messaggi poetici anche
enigmatici che nel profilo della lettura danno irrequietezza e castità.
«Inquiet et poudique comme la mer est l’enigme»
(«inquieto e casto come il mare è l’enigma»),
dice lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloum.
Ma l’importante, come dice Pavese, è dare poesia agli
uomini, e la Tamoni offre anche agli altri i suoi versi. In alcune
liriche si ha la sensazione di una trasformazione fra sensazione
e impressione, operazione questa mallarmeana che consente
all’autrice di interiorizzare i parametri esterni guardati trasformandoli
da oggetti a soggetti dello spirito: «Non voglio rughe di
vecchiaia,/cerco segni d’amore; Stringo cristalli di rocca,/[...]
non per un anello,/ma per un cumulo di luce.»
Ed è poesia questa che non si rifugia in una specie di conchiglia
dorata dove opera in modo insensibile rispetto ai rapporti esterni.
La Tamoni è grande ammiratrice dei paesaggi dell’anima
e della terra: la sua parola mai ha l’enfasi di una semplice ispirazione
interiore, ma è il risultato di un incontro con cose e sentimenti:
«Aiutami ad esprimermi/a questo serve l’incontro.»
Il tutto viene guidato da un linguaggio impersonale e musicale, astratto
e poli-interpretativo come insegna Eliot. L’oggetto-testo diventa
una partitura musicale che il lettore interpreta e la fa propria. Così
ci cattura la poesia di questa brava scrittrice che amplifica le sue
creazioni con evidenti segni astratti policromatici, colori verbali
di grande ed evidente luminosità.
Ma al di là dei contenuti e di una spiegazione unitaria di questo
canzoniere, ciò che è evidente risulta essere la sistematicità
con cui i versi sono legati assieme. Sistematicità che si giustifica
con effetti musicali di estrema efficacia.
La Tamoni è consapevole che la musicalità è fondamentale
per pitturare sulla pagina bianca. Sa benissimo che la musica, questa
eterea arte che àncora il mondo alla metafisica, è stata
rubata alla poesia e alla poesia lei la fa tornare: «[...] e
sugli arazzi dorati dei campi/fondersi girasoli e stoppie di grano/nel
crogiuolo del tramonto.» Oppure: «Topazi a corolla
rimiro/intorno al grande cerchio,/perfetto nella sua rotondità.»
È anche consapevole dell’orfismo della poesia, della forza
evocativa della parola, anzi della sillaba, concetti della migliore
tradizione simbolista: «Le sillabe hanno formato parole/e
indi plasmato il sentimento vero,/ma l’opera finale resta muta.»
Nel rito finale di qualsiasi opera si lascia intravedere che nulla si
compone in modo manicheo e definitivo. L’opera finale è
come un inizio, è sempre in evoluzione con il silenzio che rimane
sempre il grande tessitore. Come non ricordare a proposito il grande
scrittore svedese Stig Dagerman: «Cosa stringo allora tra
le mie braccia? Poiché sono un poeta: un arco di parole che tendo
sentendomi pervadere di gioia e di spavento.»
Il crinale del dubbio porta sempre ai piani delle certezze, sfiorandoli.
E quando il crinale è formato da versi, le certezze diventano
umori interiori che superano le verità terrene per ancorarci
nella meta-realtà sempre così difficoltosa da cogliere.
I paesaggi, le emozioni, le angosce, le speranze possono vivere in ogni
angolo della terra ed oltre. Ciò emerge immediatamente da queste
composizioni mature e sinfoniche capaci di attrarre chiunque e di farlo
dialogare con la natura e i sentimenti.
Ogni quadro è autonomo e pieno di suggestioni componendo un insieme
di carattere poematico.
Si sente nel complesso di queste poesie un desiderio fremente e nello
stesso tempo l’angoscia che tutto svanisca.
Nella lirica Non so, la negazione montaliana con le iterazioni dei non
so, assume significati estremamente positivi. La non spiegazione porta
all’intuizione della forza dell’unione tra due esseri, unione
coniata da un pseudo-destino che in questo caso non è rassegnazione,
ma consapevolezza della esistenza di un valore metafisico tra il destino
canonico e il libero arbitrio: «Ma posso forse cercare d’intuire/quando
due esseri s’incontrino/perché così era scritto.»
La Tamoni mi è sembrata da subito scrittrice di talento da difendere
e valorizzare, di fronte a una platea piuttosto numerosa di pseudo-poeti
che non conoscono nemmeno il significato primordiale di poesia. In punta
di piedi si è proposto il suo lavoro che rappresenta per lei
stessa un faro per la sua vita. Una vita di altalenanti sentimenti come
d’altronde deve essere la scrittura in qualsiasi lavoro poetico
seguendo la linea della corda funambolesca oscillando continuamente
fra due universi duali e contrastanti in una continua dialettica inarrestabile
tra sogno e realtà.
Linguaggio ben calibrato, aggettivi ordinati e mai debordanti, lezione
sempre attenta di Ezra Pound: «Non usate alcuna parola superflua,
alcun aggettivo che non riveli qualcosa.»
Ed è evidente nella Tamoni il desiderio di consegnare ai suoi
scritti messaggi positivi per andare avanti e mai perdersi d’animo:
«Segreto il tuo destino,/ora sei dovunque/ meno che qui, indietro/non
so tornare.»
Questo è il cammino della poesia, i versi non danno certezze
e non sono mai sedimentati sul destino, non sono mai di qualcuno in
particolare o di qualcosa, sono sempre in movimento e non ristagnano
in nessun luogo né in noi stessi, e guardano sempre avanti nello
scorrere lento o veloce del tempo.
Nereto (TE), 11 febbraio 2011
Tito Rubini