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Il volo del tulipano
Domenica Battaglia
| 8,00 € | pp. 48 | 12x18 | 978-88-905164-4-3 |
Il
volo del tulipano è la prima silloge edita che inaugura
l’attività poetica di Domenica Battaglia, autrice che ammiro
per la sua acuta sensibilità e per il suo spirito di donna e
che ho avuto modo di conoscere in occasione del suo primo romanzo storico,
La Ventunesima. Già in questo romanzo, Domenica Battaglia,
nelle vesti di narratrice attenta a restituire la testimonianza del
racconto della vita, aveva rivelato la sua affinità con un modus
operandi che scava nell’anima. Ed è partendo da questa
inclinazione che l’autrice riconsegna al lettore un nuovo lavoro,
questa volta di natura poetica.
Il volo del tulipano sembra accogliere una poesia che risuona
non vacua, vaga, inutile nel tranello autoreferenziale dello sterile
rivolo retorico, ma che è gioco di equilibrio tra profondità
d’animo e melodia della forma, è pensiero che trova le
parole dell’uomo per sussurrare i tormenti, i palpiti, le ragioni
del proprio essere al mondo.
Una pagina, la sua, che si fa anima dell’uomo; una scrittura diretta
e sincera, che, nella sua comprensibilità, si fa aperta all’ascolto
e dicibile al dettato della vita. È diretta perché la
parola poetica sembra vestirsi di una sonorità che coinvolge
il lettore nella sua immediatezza espressiva e nella simultaneità
di immagini e sensazioni fortemente evocative. È sincera perché
traspare l’intento limpido e cristallino di rendere la poesia
uno strumento per cogliere senza inganno l’intimità dell’Io
e degli affetti, le esistenze del mondo che ci circonda.
È una poesia che non oppone resistenza né ai lasciti emotivi
più ostinati né ai flussi più taglienti del pensiero;
tuttavia non è un poetare egocentrico e smisurato, anzi è
una poesia che trova nella compostezza, nell’armonia e nell’efficacia
della sintesi linguistica la rotta del suo volo sul “bisbiglio
della vita”.
La voce del poeta diventa consapevolezza della totalità dell’esistenza,
nella sua bellezza ma anche nella sua dannazione, coscienza che, di
fronte all’alacre sapore della vita, non fomenta sfiducia ma dà
speranza e nuova sostanza, rende feconda la liricità di una parola
che ritrova conforto nella sua pienezza: «Nell’attesa
di un futuro/che appartiene solo al male che non perdona/amerò
anche l’infinita speranza.»
La vita si fa carico di un silenzio assordante inteso nella sua accezione
negativa, come frutto dell’indifferenza, dell’impotenza,
dell’incomunicabilità. La ricerca dell’essenza più
genuina, quella degli affetti più cari, della realtà più
quotidiana, delle speranze più feconde, diventa il filo conduttore
che lega le poesie di questa silloge, diverse per contenuto e ispirazione,
ma solidali nell’intento di alleggerire l’esistenza dalla
pesantezza del suo malessere: «Vita/imprevedibile corazza/non
acconcia ad attutire i colpi di una sorte senza risparmi,/solitudine
perpetua/a sfiorare le stelle per fatue glorie/e abissi inconfessati
di violati affanni.»
Questa è la vita di “un’umanità d’abbandono”,
in cui la solitudine è il fardello più grande che grava
sulle spalle di un uomo ormai stanco, allo scacco esistenziale, al quale
è rimasto solo qualche barlume della forza di sognare, di sperare,
di immaginare. Ed ecco che la scrittura appare come un campo neutrale
in cui la vita non subisce i colpi della sorte e ritrova la sua dignità
attraverso la sensibilità dello scrittore che si fa tramite,
anzi interprete dell’autentico: «Sciarada, di canoni
arcaici rifiutati/riscrivi la storia/con la trama del sentimento.»
È l’amore in senso lato che, nonostante la sua irrisolvibile
enigmaticità, si fa antidoto alla sofferenza, all’indifferenza,
alle occasioni mancate, e con essa l’inestimabile esperienza del
poeta che fa dono della sua pagina di vita.
Valeria Di Felice